100 ANNI DI PRO

BUSTO ARSIZIO 1919 - 2019

TIGROTTI

Pubblicata il: 25/09/2018 12.04.16

 ‘TIGROTTI’

Appunti sulla fortuna ‘calcistica’ di un termine salgariano

  1. Nella selva

 

Ti ricordo con rabbia, Hellas Verona.

Io, nato tigrotto

nella selva dell’Alto Milanese

(erano giorni favolosi,

la Pro aveva unghie

al suo ruggito tremavano

tori, grifoni, zebre)

non ho dimenticato l’antico affronto.

La tigre dormiva sazia

In una macchia di sole:

tu giungesti nel pomeriggio, cacciatore

spietato e freddo come la canna

del tuo fucile;

un colpo e la Signora della foresta

giacque

nella macchia che s’oscurava

di sangue e di crepuscolo.

Ti ricordo con rabbia, cacciatore

vestito d’un maglione giallo e blu

e ora ti vedo

uccidere ancora

spietato e freddo come la canna

del tuo fucile,

e non pensi

che uccidendo concimi la rabbia

di un vecchio ragazzo che non dimentica

un pomeriggio lontano

quando s’oscurò il sole

e la selva fu nera di sangue.

 Quanto qui citato è opera del bustese Virgilio Uberti Bona (1916-1970), poeta ed intellettuale di un certo rilievo, anche se quasi sconosciuto persino nella sua città, ed è dedicato alla squadra di Busto Arsizio, la Pro Patria,  militante in passato nella massima serie calcistica. Come si evince ad una prima scorsa, l’occasione di una sconfitta interna contro i gialloblù dell’Hellas Verona (che non è semplice individuare con precisione cronologica: sono da ora aperte le ipotesi dei lettori), diviene occasione per una profonda riflessione sulla vita e sulle sue delusioni, quasi un rito di passaggio dall’ adolescenza alla maturità. La poesia mostra un variegato intreccio di citazioni più o meno palesi: da Osborne ad Hemingway e addirittura al latino Virgilio ,  può essere esibita come uno straordinario esempio di ‘trasferimento’ o di inclusione all’interno di un linguaggio ‘sportivo’, e più precisamente calcistico, di termini ed immagini che richiamano direttamente alla memoria pagine ed espressioni salgariane. A cominciare dal secondo verso, “Io, nato tigrotto”…. che inquadra ed imposta un ambito semantico e simbolico “la selva”, dove si svolge l’eterno conflitto tra forte e debole, cacciatore e preda. In un senso più ristretto, e in qualche modo ‘tecnico’, la Pro Patria nel suo complesso è paragonata alla tigre  (“Signora della foresta”), mentre “tigrotti” sono i componenti della squadra stessa e, per estensione, i suoi tifosi, come appunto l’allora giovane Virgilio Uberti Bona. Né è questa una invenzione del poeta, che anzi riprende una tradizione - come vedremo tra poco – precedente, che ha avuto largo successo ed è ancora fiorente, come ben sanno i cultori di Eupalla.

   Come un ‘tornante’ che si rispetti, facciamo ‘la spola’ e ripercorriamo il campo verde delle ipotesi, trasferendoci di nuovo dal calcio alla letteratura, individuando l’origine della parola sin qui oggetto d’analisi.  Come mi conferma l’esperto Roberto Fioraso, il termine "tigrotti" compare per la prima volta ne La tigre della Malesia nelle  appendici della "Nuova Arena", e poi, naturalmente, è ripreso nell'edizione in volume Le tigri di Mompracem, dove è usato, senza nessuna specificazione, già nel primo capitolo del romanzo. Poco dopo l'inizio del secondo capitolo  si chiarisce un po' il significato quando i pirati di Mompracem sono schierati davanti al loro capo e, si legge che  "Sandokan gettò uno sguardo di compiacenza sui suoi tigrotti, come amava chiamarli, [...]".
Evidentemente essi sono definiti "tigrotti" perché seguaci, amici, sudditi della Tigre della Malesia, ossia di Sandokan, il quale a sua volta definisce  i tigrotti "suoi figli. Inutile aggiungere che fin dai  primi decenni del Novecento Salgari era molto letto, tant’è che tra il 1900, anno di pubblicazione de Le tigri di Mompracem, e il 1943, ci sono cinque edizioni Donath ( 1900-1901-1902-1906-1911), otto edizioni Vallardi (1922-1924-1927-1929-1939-1941-1942-1943) e due edizioni Sonzogno (1936-1942). Il libro era dunque assai diffuso e aveva raggiunto moltissimi lettori, in ogni parte d’Italia. 

  1. Passaggi

   Fissati i due momenti salienti, ossia l’indubbia origine salgariana e il trasferimento sportivo, occorre indagarne le modalità, vale a dire le ragioni ed i tempi. Per quanto riguarda i motivi del passaggio,  già il testo citato in apertura ci richiama ad una consuetudine sportiva, l’abbinamento squadra-animale simbolico (“la Pro aveva unghie / al suo ruggito tremavano / tori, grifoni, zebre”) è abbastanza comune e può essere attivato dai colori delle maglie e dalla loro speciale disposizione (le zebre sono così accostate alla Juventus, i canarini al Modena, le rondinelle al Brescia ecc.) o dalla ripresa di elementi presenti nello stemma cittadino (la lupa romanista, il biscione interista), così che il campionato spesso diventi un vero giardino zoologico reale e fantastico, con la presenza di tori, asinelli, grifoni, leoni, galletti, ecc. In tale contesto zoomorfo sorge l’equivalenza tigri-tigrotti=Pro Patria, dettata da due motivi probabilmente congiunti. Da un lato la caratteristica sopra accennata: la squadra di Busto indossa una maglia assai particolare, inconfondibile, ad ampie strisce orizzontali bianche e blu, alternate. Da qui la forte caratterizzazione ottico-cromatica che sin dagli ani venti induce i cronisti a definizioni quali “zebrati” e “bleu-cerchiati”.

   Oltre alla zebra – peraltro già da tempo appannaggio della Juventus e dunque difficilmente estendibile ad una diversa compagine – la tigre è un altro animale che in qualche modo si può visivamente accostare per il suo manto alla casacca dei bustocchi. Ma, verrebbe da dire, perché proprio la tigre? Qui naturalmente subentrano altri valori simbolici che vale la pena indagare. Se consultiamo il Novo Dizionario Scolastico della Lingua italiana nell’edizione 1930, a cura di Policarpo Petrocchi, che riprende e rinnova l'edizione del 1892, ritroviamo come significato figurato di "tigre" solamente "uomo crudele", mentre come è ovvio non vi è traccia della trasposizione sportiva. Che è invece rilevata dal pionieristico lavoro, di molto successivo, di Carlo Bascetta (Il Linguaggio sportivo contemporaneo, Firenze, Sansoni, p.101), il quale però registra il termine “tigrotti” semplicemente riferendolo alla Pro Patria senza tentarne una spiegazione. Possiamo forse abbozzarne una, ricordando che la crudeltà era certo una delle caratteristiche di Sandokan e dei suoi pirati, ma era accompagnata dalla forza, dall’audacia e dal coraggio, come recepisce e conferma il Grande dizionario della lingua italiana Utet (vol. XX, Torino, 2000), alla voce “Tigre” e, ugualmente, ma con l’aggiunta della componente giovanile, al lemma “Tigrotto”. Di quest’ultimo si introduce una specifica lettura sportiva, definendo tigrotto il “giocatore della squadra di calcio della Pro Patria (con riferimento alla maglia bianca a strisce orizzontali celesti)”, allegando come fonte una citazione giornalistica risalente al novembre 1948 che elogiava “l’impeto, l’ardore combattivo dei tigrotti”. Ecco dunque avvenuta, nel nome di Salgari, una sorta di fusione tra ragioni visivo-coloristiche e simboliche.

  1. L’antro della tigre

   Resta solo da precisare, se è possibile, almeno per approssimazione, la data di tale conio linguistico. A fronte della proposta del Grande dizionario della lingua è infatti possibile proporre una fonte più autorevole, che consente peraltro di anticipare di parecchi anni la definizione salgariana, in qualche modo perfezionandola ed adattandola alla perfezione al nuovo specifico contesto agonistico.  Per ritrovare il bandolo della matassa occorre, quasi circolarmente, di nuovo spostarsi tra Busto Arsizio e Verona, come già proponeva il testo iniziale.   

 per quanto riguarda i  tigrotti, un dato è certo. Carlin Bergoglio ufficializza (su richiesta e suggerimento dei lettori del "Guerin Sportivo") l'accostamento di uno stemma e simbolo, a ognuna delle maggiori squadre italiane, nel numero di mercoledì 10 ottobre 1928 del "Guerin Sportivo" all''interno dell' articolo intitolato "L'araldica dei calci". E a proposito della "Pro Patria", per quanto sono riuscito a decifrare, scrive (ma la lettura è difficilissima per la qualità della stampa): "il tigrotto di Busto Arsizio, felino dai balzi pericolosi, ma poco amante delle triglie indigeste" (a te l'ardua sentenza: se cioè quel che io sono riuscito a leggere abbia un qualche senso).

In ogni caso, ho tratto queste spero utili  informazioni da: Paolo Facchinetti "Dal football al calcio. Ottant'anni di storia e di pallone raccontati attraverso le pagine del Guerin Sportivo", Conti Editore, Bologna, 1989, p. 31.

  A conclusione del campionato 1930-1931, il quarto della Pro Patria in divisione nazionale,  un grande del giornalismo sportivo, il veronese Bruno Roghi, pur in presenza di una stagione non particolarmente felice della Pro Patria (giunta in effetti quart’ultima), ne esaltava comunque lo straordinario carattere – in grado di sopperire alle carenze tecniche e ad un organico apparentemente inferiore alle altre concorrenti - e ufficializzava una volta per tutte la definizione di ‘tigrotti’. L’articolo, significativamente intitolato La ‘Pro Patria’ cuor di tigrotto e riportato sulla prima pagina de “La Domenica Sportiva”, il settimanale illustrato de “La Gazzetta dello Sport”, alla data 12 marzo 1931, merita la rilettura integrale, sia per la sua brillante prosa sia per la sapienza tecnica dell’autore. Lasciamo dunque la parola a Roghi, che ci invita ad un viaggio a ritroso nel tempo, quando il calcio era ancora, per dirla con Brera, “un mistero senza fine bello”:

   Ci sono squadre che quando riescono a intrufolarsi nei ranghi della massima Divisione se ne stanno quiete per un pezzo. Ritemprano le energie consumate nel periodo della durissima battaglia per la promozione, si guardano attorno intimidite come un provinciale capitato in un salotto frequentato da conti e duchesse, si fanno piccine piccine per non farsi troppo notare. Hanno paura, dopo la gran fatica durata per vincere le riluttanze del maggiordomo che non voleva dare il passo alle intruse, di essere scaraventate giù dalle scale con una spinta più sprezzante che risoluta.

             La Divisione Nazionale, insomma, mette soggezione. E quando la squadra nuova arrivata  entra, con al sua toeletta sportiva dai colori sgargianti nel verde salotto delle altere compagne dal nobile casato e dalla luminosa tradizione, ha sempre paura di decifrare, sulle labbra degli spettatori, un sottile sorriso di ironia. Nel mondo calcistico ne uccide più il timore reverenziale che la classe; e la squadra matricolina deve sempre pagare all’emozione e all’inesperienza un obolo pesante.

            Questo discorso andrebbe benissimo se non ci fosse la “Pro Patria” a riderci su. Spingi e spingi, la “Pro Patria” riesce nel 1927 a qualificarsi per la massima categoria.

            Squadra di provincia, fresca di nomina, un serbatoio di goals e di punti per le squadre muscolatissime e titolatissime che militano nel suo girone: un “Bologna”, una “Juventus”, un’”Internazionale”, una “Roma”, un “Modena”...

            La “Pro Patria” debutta a Bologna: fa pari (1-1) e il goal lo segna lo studente Varglien. Due domeniche dopo va a Cornigliano: batte la “Dominante” e due goals li segna Reguzzoni. Due partite, due schietti successi, due giocatori il cui nome è ancora oscuro ma che con gli anni e le belle imprese convergeranno sulle gambe virtuose i fasci di luce della fama calcistica e, di conseguenza, i fasci di banconote delle società opulente.

            Si parla di una “Pro Patria” sbarazzina e bizzarra che, approfittando della disattenzione generale, ha scroccato di sorpresa i suoi primi successi. Saranno gli ultimi, alla distanza la squadra scoppierà. Alla distanza - durante quel girone di ritorno che stronca i novellini - la squadra lombarda sconfisse la orgogliosa e possente “Juventus”. Si dice: bella forza! Il campo dei bustesi è l’antro della tigre: chi ci si avventura ci lascia la pelle. Allora la “Pro Patria” va a Modena e vince, va a Roma e vince. Allora si delibera di conferire a questi giovinotti, una volta per sempre, la qualifica di “tigrotti”. Non si tratta del conferimento protocollare del nome e degli attributi di una fiera qualunque tanto per far bella figura in quella specie di buffo serraglio che è il Consorzio delle squadre di calcio. Si tratta veramente di “tigrotti” con tanto di unghioli e con quel loro caratteristico modo di balzare addosso agli avversari che neppur hanno il tempo di tirare il respiro...

            Quel clamoroso matricolato nei ranghi della massima Divisione ha dato alla “Pro Patria” - di colpo - autorità e fama. E quello slancio repentino che nel 1927 ha permesso alla giovine squadra di “piazzarsi” da pari a pari nella costellazione delle vedette ha fissato, fin da allora, le schiette e inconfondibili prerogative della squadra; le quali prerogative sono rimaste nel sangue della “Pro Patria”, nonostante la varia vicenda dei giocatori in partenza e in arrivo, come il clima della tonalità percorre ed aleggia in tutto il pezzo nonostante i capricci e le avventure delle modulazioni.

            Squadra nata per la battaglia è la “Pro Patria”. Non che il suo gioco sia povero di pregi tecnici e il suo stile sia macchiato e confuso. La tecnica e lo stile, poi, non sono proiezioni della geometria sullo schermo verde dei campi di football sì che una squadra, per il fatto solo di non essere ligia ai gelidi canoni dell’accademia, debba essere sdegnosamente condannata. La tecnica non si manifesta soltanto in metodici e nitidi disegni aerei di un pallone calciato da uomini-macchine...C’è una tecnica e c’è uno stile, difficili da incapsulare in definizioni rigide, ma non per questo meno evidenti e vitali, anche nel gioco delle squadre che esprimono compiutamente se stesse nelle fiamme del combattimento. Così la “Pro Patria”, tipica squadra d’assalto, generosa e ardentissima, sprezzante della statura degli antagonisti, prodiga delle proprie energie fino all’esaurimento.

            In tempi di imperversante “mancato guadagno”, le squadre che nella lotta si buttano con volontà disperata e con orgoglio purissimo difendono la causa dello Sport. La Pro Patria, sorella minore della Pro Vercelli”.

   Il testo di Roghi, così ricco di riferimenti ed allusioni, non ammette ulteriori postille. Ecco dunque la Pro Patria diventare una tigre (con relativi tigrotti), così come un’altra, allora più illustre, provinciale, la Pro Vercelli che schierava tra le sue file undici  leoni. Il campionato dunque come un romanzo salgariano, un viaggio avventuroso nella foresta alla ricerca di se stessi e di altro ancora. E che sia stato un veronese, Bruno Roghi, a proporre questa lettura non è forse senza significato.

 

 

ALBERTO BRAMBILLA

 

 

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